Tentammo…

Nel nostro Sessantotto[1] tentammo invero seppur coi soliti mezzi ‘casalinghi’ ed arruffati una breve disamina di quel percorso tracciato da Giordano Bruno che sebbene decretato, illo tempore, è preso ad esempio, oppure, come minimo, è consonante alla perfezione, con certi voleri ed intendimenti delle Oligarchie Iniziatico-Finanziarie[2] globaliste: i legami ed i vincoli che “affatturano efficacemente” matasse di individui.

Sono questi vincoli e legami che si nutrono, che si basano, su queste leve potentissime date dalla Paura (il Terrorismo)[3] e dal Desiderio (il Sesso)[4]?

A loro volta, di converso, sono ambedue, et alii, i canali attraverso cui si stabiliscono vincoli e legami per affatturare le genti di ogni capoverso, di ogni quadrante del pianeta?

Siamo di nuovo di fronte a rebus tremendi, quasi incommensurabili. Di nuovo una infinita, estesissima superficie opaca[5] su cui è impossibile tanto specchiarsi, visto che il suo riflesso deforma tutto, quanto attraversarla, causa la sua dura, granitica, materialità.

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Quel Churchill…

Quel Churchill che incarnò bene l’autentica follia satanica degli inglesi[1] i quali dove solcarono mari e trapassato terre hanno sempre seminato l’odio e la distruzione ovunque senza tregua.

Loro hanno dato adito al Pakistan, loro hanno dato adito all’Apartheid nel Sudafrica, loro hanno scatenato quel vulcano mefistofelico che risponde al nome di Israele,[2] loro hanno creato quell’obbrobrio politico-religioso-culturale chiamato Iraq!, loro hanno originato la diffusione del culto idolatrico degli stupefacenti, dell’epidemia trogastica[3] tout court per dirla come sta,  su scala globale, loro hanno destato dall’infero la tremenda, più che reale,  minaccia waahabita,[4] loro hanno – dovunque sono andati – lasciato traccia indelebile di sangue e di pogrom.

E non la volete chiamare allora Dixia Gongzuo per davvero?[5]

E come la volete chiamare questa eterodirezione delle forze arabe in campo al pieno servizio della Junta costituita dalle Oligarchie Finanziario-iniziatiche?[6]

Per carità, non chiamiamole “complottiste” che è un termine a cui si dedicano con grandissima solerzia i vari chauffeur – peraltro grandissimamente retribuiti!: avete idea di quanto guadagna nella sua enormità un direttore di un quotidiano nazionale? appunto: una enormità! – dei loggionati che contano davvero. Ma no. Qui non si parla nemmeno di complotti. Come si fa ad usare la parola complotto[7] da quando Massimo Teodori ne ha fatto un libro?

Qui si parla di aspettative, il che è assai diverso:

«Quindi mi aspetto che attraverso un governo arabo sostenuto da una modesta forza militare si possa ottemperare ai nostri doveri senza imporre spese ingiustificate al Tesoro britannico.  L’istituzione di un’amministrazione araba, con un capo di Stato arabo, a Baggdad, rende necessario trattare la questione araba nel suo insieme in ragione degli interessi della Gran  Bretagna.»[8]

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Notizia

È notizia di poche settimane orsono che in una provincia lombarda si sia mossa un’onda consistente di “opinione pubblica” composta, riferisce con solerzia il giornalucolame locale, “trasversalmente” da “alti magistrati” sino “giù” alla gente “normale”: forse la “casalinga di Voghera” di arbasiniana memoria?, per impedire che certe donne di fede musulmana indossassero il niqāb  in luoghi pubblici.

Il che potrebbe avere anche un larvato senso giuridico se tale obiezione fosse scagliata a dovere onde preservare la riconoscibilità di ognuno in ogni luogo pubblico: come dire: “non entrare in tabaccheria col casco da motociclista perché in questo modo non so se sei un cliente o un rapinatore”.

La stessa ottemperanza alle norme giuridiche nonché morali che – ricordiamoci – prendono spunto da un livello etico – giusto o sbagliato che sia, ma fondante rispetto ai parametri sociali che “tengono” assieme, come “collante” la società intera – non vede lo “scandalo” delle frotte di ragazze e di donne che si aggirano con le labbra della vulva ben in vista a causa dei leggins: ancora una volta due pesi e due misure?

Ma l’efferato odio – la repulsione – che proviamo dinnanzi alla fessura orizzontale del niqāb[1] da cui traspaiono a stento solo due occhi, noi figli – nostro malgrado! – delle orianefallaci di turno, delle emmebonino di turno (così solerte, quest’ultima, a difendere la femminilità e tanto pronta a “spengere” il frutto del grembo di ogni donna con l’aborto!) che viene giustificato dietro il paravento delle (presunta) liberazione femminile,[2] svapora come etere al sole quando viene sbandierata ai quattro venti la fessura verticale della vagina coram populo: è forse questo il manifestarsi della vera e propria “liberazione femminile”?[3]

È – forse la liberazione femminile – far vedere alla propria figlia di appena sei anni i video di Miley Cirus?

Purtroppo dobbiamo rispondere di sì, in quanto l’onda magna del mainstream ci porta lì.

Meglio puttane, cocottes, che in odor di qualsiasi santità, di qualsiasi religione si parli.

Difatti ci siamo dimenticati che era proprio la religione cattolica che impediva – giustamente – l’entrata in chiesa alle donne sbracciate[4] in segno di rispetto verso il Trascendente e che oggi questa stessa religione ‘piegata’, piegatasi di sua sponte?, ai diktat da gruppo rock – il Papa che dà il benvenuto a Patti Smith, che confabula in un vaniloquio con Scalfari; il quidam di strada che sproloquia: “La Chiesa si deve aggiornare”, come se la Chiesa fosse un programma software giunto a scadenza e quindi soggetto a ‘rinnovamento’ – ammette, visto de visu personalmente, la madre di un battezzante asseduta vicino all’altare in scandalosa minigonna.

Questo è il “valore”, la condensa precipitata dei “valori” che oggi l’Occidente[5] vuole esportare fino a caput mundi, ovunque  e dovunque, come fosse una società di export-import dove l’export è questa marmaglia di disvalori e l’import è l’oppio dei campi afghani, del Triangolo d’Oro,[6] del petrolio saudita et alii, delle armi del Dragone Rosso et cetera.

Da qui il brulicare nefasto di focolai di guerra atroce, che crepitano tutti attorno al Mediterraneo del Sud e che costituiscono la cartina di tornasole dell’ennesima manifestazione del Dixia Gongzuo coevo.

Ieri come oggi. Continua a leggere

La Linea Obliqua

«A chi non è cristiano tutto questo potrà apparire un po’ misterioso … ma risulta oltremodo rilevante per molti cristiani, soprattutto per molti devoti protestanti, quelli inglesi degli anni Venti del XX secolo e quelli statunitensi del XXI secolo.

Si pensi, ad esempio, ai vari circoli in cui si muove il presidente George W. Bush (e ai suoi princìpi metodisti).

È facile supporre che fosse così anche per George Lloyd e per i circoli religiosi non-conformisti altrettanto devoti, che tanta influenza esercitavano sul partito liberale [inglese], come del resto ne esercitano attualmente sul partito repubblicano gli svariati gruppi cristiani neoconservatori.

In effetti, Lloyd George avrebbe ammesso di conoscere molto meglio la geografia della Terra Santa che quella di molte parti d’Europa: un dettaglio che assume un’importanza capitale allorché troviamo Lloyd George e gli altri statisti riuniti per ricostruire il mondo dopo la vittoria del 1918»

Christopher Catherwood, La follia di Churchill. L’invenzione dell’Iraq, Corbaccio, Milano 2004, p. 37

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La Superficie Opaca

La Superficie Opaca[1] si chiudeva con un accenno al genere letterario del romanzo: genere per così dire, “merceologico” di cui confessiamo la nostra più profonda idiosincrasia[2] se non fosse per una sparuta eccezione di titoli, di cui si dà la conta sulle dita di una mano sola.

Tra queste – una su tutte – si incarna ne Il Gattopardo che ad una rilettura fa emergere un lacerto degno di attenzione che recita così:

«Era questa una di quelle stanze (sono numerose a tal punto che si potrebbe esser tentati di dire che lo sono tutte), che hanno due volti: uno, quello mascherato, che mostrano al visitatore ignaro; l’altro, quello nudo, che si rivela solo a chi sia al corrente delle cose, al loro padrone anzitutto, cui si palesano nella propria squallida essenza».[3]

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Dixia Gongzuo o dell’Underground

«Perché purtroppo, tutto quello che ruota intorno al porno, come allo spettacolo in genere, ha spesso a che fare con droga,[1] depressione, problemi, personaggi equivoci»

Rocco Siffredi in Il corpo della donna tra libertà e sfruttamento, in “MicroMega”, numero 5, Roma 2014, p. 21

[1] Ci sorprende sempre e comunque il silenziatore innestato a forza sulla questione ‘droga’ che viene sottaciuta, è proprio il caso di dire, ad ogni pié sospinto. Mai e poi mai che si avanzi l’ipotesi – ad esempio – che il tal guidatore ‘impazzito’ per strada, travolgendo a morte una o più persone sia stato sotto l’influsso di stupefacenti: è sempre o quasi sempre additato l’effetto negativo dell’alcol. Alcol e fumo sono i vecchi obsoleti ‘vizi borghesi’ da obnubilare: gli stupefacenti sono cool, come dice la neo lingua di legno à la page. Eppure la cosa ‘drogastica’ è capillare, sino giù alle più recondite scuole di provincia dove è un continuo segnalare di casi di consumo spinto di allucinogeni: questo nella stampa locale, provinciale, che mai ha risonanza a livello nazionale. Eppure il fenomeno ha ormai radici antiche: basti rileggere un esemplare testo stampato da Einaudi nel lontano 1972 ed ancor più valido per la vulgata corrente, in quanto firmato da due autori ‘sinistrorsi’ (non poteva essere altrimenti nell’oikos einaudiano, tempio della gauche caviar…) che descrive millimetricamente il flusso circolatorio della droga a livello mondiale con le sue debite complicità governative. Significativo constatare che dove ci sono i gangli vitali di questo flusso si sono allestiti gli anfiteatri delle guerre più sanguinose nei decenni passati, segno che il diktat ‘Armi & Droga’ si confà alla perfezione col volere e gli intenti delle Oligarchie al comando. Catherine Lamour e Michel R. Lamberti (pseudonimo di un economista), Il sistema mondiale della droga. La tossicomania come prodotto del capitalismo internazionale, Einaudi, Torino, 1972.

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Le radici ctonie della Devastazione Contemporanea

Come tutte le battute anche questa ha un fondo, un sedimento di verità. La frusta, consunta, boutade che vuole ogni fotografo scattare sempre la stessa identica immagine non è affatto campata in aria ed anzi si attaglia a molti altri soggetti, scenari e soprattutto sfondi, fondali in senso prettamente fotografico. Non è invero proprio per questo che torniamo nuovamente a scrivere del cosiddetto Underground Movement ma quanto perché il nostro povero, casalingo, raffazzonato radar ha intercettato un testo che all’epoca del nostro Sessantotto c’era totalmente sconosciuto. L’autore, David McGowan, purtroppo scomparso da non molto verga in questo lavoro un compendium che ha letteralmente dell’incredibile su quello che può essere a tutti gli effetti considerata la vera e propria mecca, il sancta santorum, del Sessantotto – per dirla con Battiato: il centro di gravità permanente – : il Laurel Canyon in California, presso Los Angeles (non a caso caput mundi del cinema epicentrato nelle colline hollywoodiane). Riassumiamo brevemente ed a grandi linee quanto ha da raccontarci il sagacissimo McGowan nel suo Weird Scenes Inside The Canyon. Laurel Canyon, Covert Ops & The Dark Heart of the Hippie Dream.[1] Nell’introduzione a cura di Nick Bryant che usiamo ben volentieri da resumé dell’intera opera essendo questa un gigantesco squadernar di biografie recondite di così tanti personaggi-principi della scena pop-rock che impedisce un sunto efficace a meno che non di calligrafare passo per passo l’intero testo, c’è già quanto basta ed avanza per capir bene l’antifona. Innanzitutto Bryant fa luce sul personaggio McGowan che contrariamente a quanto si potrebbe pensare visto l’assunto di quanto andava scrivendo è invece ben lontano da ogni posizione neo-con e au contraire fu un grandissimo fautore del ciclone della musica pop-rock. Nonostante ciò la ricerca accuratissima di Gowan lo porta ad estrarre alla luce del sole gli scheletri, le vestigia, dall’Underground intrise di sinistre tracce di morte, di droga, di sozzeria inaudita, di obnubilante devastazione, di assordante violenza, terrificante quanto del tutto gratuita. Ma non finisce qua l’acutissima disamina dell’autore: egli difatti espone il chaos intessutosi nell’Underground Movement andando a tastare il polso a chi ha voluto eterodirigere quel chaos con un prestabilito ordo. Chi in genere ‘pre-stabilisce’ un ordo se non un (o più…) servizio segreto? I mukhâbarât della situazione… Continua a leggere

Il Dio degli Acidi

«Sarebbe interessante ricostruire questa piccola e in fondo poco nota storia parallela che ha accompagnato – soprattutto in  Inghilterra – la rivoluzione industriale. Un dionisismo di massa, avulso dalla nostra sensibilità ma in ogni caso capace di precorrere i tempi, consegnò strati non trascurabili di popolazione agli effetti sognanti ed analgesici dell’oppio e dei suoi derivati. Prostitute, ladri, operai, soldati e perfino bambini furono le categorie più esposte allo stordimento. Una marginalità traviata dagli effetti insidiosi dell’uso degli stupefacenti fu avvolta da una eccitazione a buon mercato. Una massa mobile e composita, notturna e violenta, euforizzata, depressa, criminalizzata costituì un inquietante, e per certi versi inosservato, sottofondo sovversivo», Il dio degli acidi, op. cit., p. 11. Non è forse il ritratto perfetto del delirio contemporaneo?

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Trickster

Per afferrare la terribile valenza regressiva della sfera iniziatica ci sarebbe da stendere un intero volume col ragionevole dubbio di non bastare. Se vogliamo, un ‘intenditore’ di simili lidi – Furio Jesi – può farci capire a ritroso, in quanto per lo Jesi evidentemente tale sfera porta caratteri ‘positivi’ del ‘panorama’ in questione: «[…] Trickster mitologico-divino […] la funzione dell’inganno. Ma l’ha ereditata come funzione iniziatica, e come tale deve ribaltarla sul neofita, affinché il neofita, durante l’iniziazione, sia egli stesso ingannatore. […] Solo se il neofita diviene veramente ingannatore, Trickster, come l’iniziatore, la sua iniziazione si compie», dall’Introduzione a cura di Furio Jesi di L’isola del Tonal, di Carlos Castaneda, Bur Rizzoli, Milano, 1975, p. 20. È evidentissimo l’afflato che spalanca le porte al Caino di turno, allo spergiuro di ogni momento.

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