Addenda per DEBORD ovverossia DEBORD al quadrato, al Cubo

Nel rinvigorire bête fauves quali la sodomia, l’incesto, il sado-masochismo, il delitto, il crimine, il Totalitarismo delle decisioni, l’irridere plateale ai bisogni altrui, l’esibizionismo, la volontà generale di Debord e dei suoi accoliti fa cadere nello stesso momento il concetto di cultura dopo aver reso ridicola ogni pretesa, d’altra parte, di costituirsi force d’avant-garde. Semmai fu forza di retroguardia. Stupri, scempi, massacri, omicidi, possessioni, incesti, infanticidi, suicidi, omofagie, sodomie, coprofilie:[1] quale ‘banalità di base’ rivitalizzarli, quali negromanzie riscoprirli, rinverdirli, attraverso una pomposa, artefatta, filigrana imbastita dalla peggior mitografia greca od azteca quando poco più giù, a qualche grado di latitudine più in basso, nei mattatoi di Shangai, nei workshop di questa o quell’altra Area militare interdetta ad ogni occhio foresto, nei bassifondi della Mala, nei caveaux delle Banche, si trova tutto questo scontato. Se la Cultura è Altro, come dev’essere, dalla Natura bruta, altrimenti, se fosse omologa alla Natura non si distinguerebbe da essa: sarebbe solo una mera tautologia della prima, che senso ha, se non quello della celebrazione del Niente Sovrano: ‘Re del Mondo’ dei nihilisti?, ripetere pedissequamente gli orrori che avvengono spontaneamente in Natura?

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Se la morte e la sua sfera ammorbante, la ‘derivata’ delle malattie terminali, già esiste, già preme, di sé e per sé, nell’ambito della Natura, quale senso anima i nihilisti à la Debord, nel loro lumachesco sbavar di complimenti sdolcinati alla morte, rifacendo, lo diciamo ancora, scopiazzando, l’andazzo tale e quale, della vita che s’imbatte (anche) con la morte e dunque invalidando il concetto di cultura quale portatrice di un valore Altro, superiore, a quello di Natura, se non quello d’insufflare sul Tutto e su Tutti il medesimo spirito che loro idolatrano? Per nulla originali, i nihilisti, cultori acerrimi della Zero-growth, nelle loro algide movenze, mimano e miniano allo stesso tempo, il fluire vitale, ma sono ossequiosi e zelanti, fino al feticismo, a cogliere, amplificandolo senza soluzione di continuità, sopra il tutto, quel quid venefico racchiuso negli eventi mortiferi – che sì è incluso nella vita  ma come una parte non come  Tutto, così la morte non è il senso della Vita, come loro invece vorrebbero che sia! tentando pervicacemente di eleggerlo a diktat conclusivo dell’intiero ciclo vitale.

Se, per loro, la comunità della morte è lo zenith a cui tendere perché non seguono coerentemente, fino in fondo, in prima persona, la sorte dei lemmings, roditori che si auto-immolano quando hanno ignavia, accidia, di loro stessi?

Ed è questo che fece Debord.

Un dettaglio interessante lo troviamo a pagina 371 del volume in questione quando leggiamo in una lettera di Debord indirizzata a Censor, pseudonimo di Sanguinetti usato da lui per certi pamphlet, che il primo parla di «[…] di un’oligarchia[2] di tipo veneziano che verrà ad amministrare la società moderna». Su cosa significa questo concetto di genotipo veneziano per le Oligarchie Iniziatiche[3] Finanziarie globali abbiamo già dato conto nei nostri studi passati. Qui diremo che in tempi più recenti abbiamo ravvisato lo stesso identico concetto in Toni Negri nel suo Impero quanto in Raul Vanegeim in una delle sue ultime sortite editoriali.

Debord, Vanegeim e Negri: menage à trois.[4]

Il ponderoso studio di Apostolidès[5] si chiude con la nota 16 a pagina 554 che cita la risposta di Michele Meeks, coordinatrice delle informazioni alla CIA, all’autore colla quale la medesima né conferma né smentisce l’esistenza e la non esistenza di dossier su Debord, Lebovici[6] ed i situazionisti.

Noi potremmo sommessamente aggiungere che forse non c’era alcun bisogno che smentisse od altrimenti … as a metter of fact come suol dire il birignao in uso nell’American Way of Life è solo questione di ‘affinità elettive’ tra le intelligence agencies e loschi figuri dell’Impostura quali Debord e Lebovici.

[1] Si noti che spesso e volentieri a dispetto dell’etimologia del termine gay, gayness, gaio, felice, festoso, ridente, l’universo di tali ‘signori’ è davvero ben lungi dall’essere il Sole Radioso dell’Avvenire ma invece il Tramonto Funesto di ogni Speranza, in primis quella della Vita tout court. Non per niente la Gayness è andata sempre ‘lingua in bocca’, ‘deretano & camicia’, con il grandioso, funestamente, movimento del Nichilismo occidentale: lo scorfano teutonico per antonomasia, Nietzsche, primogenito ‘Hustler’ del funereo pensiero dissolutorio di marca occidentale. A questo riguardo imperdibile è uno smilzo libercolo a firma di Gianpaolo Silvestri [per beffa della Sorte costui ha ricoperto funzioni presso un dicastero dell’Igiene e della Sanità, sic!, in alcuni passati governi nostrani…] dedicato alla figura di Mario Mieli, avanguardista della prima ora qui da noi del Gaypride, intitolato Oro Eros Armonia. L’ultimo Mario Mieli, per i tipi di edizioni Libreria Croce, Roma 2002. Tralasciando l’ammiccamento del titolo ad infatuazioni alchemiche, para-esoteriche, magari volute in maniera epidermica (sebbene Mieli si dichiarasse a conoscenza della Via della Mano Sinistra nonché di certi ‘segreti massonici’, pp. 17, 18) , il testo è un vero e proprio ‘manifesto’ dell’Invertito, inteso come individuo destinato a sovvertire ogni valore, ogni morale, ma non per questo con una condotta a casaccio ma deliberatamente volta a ‘rovesciare’ tutto quanto è in alto, tutto il cielo, in basso, nel fango, nella feccia più recondita. Mieli, da cui hanno preso nome certi circoli omosessuali, era un énfant gaté della Milano-bene, dedito a tutti i parafernalia dell’Inversione Maestra: sodomia, necrofilia, apologia dei vespasiani, comunismo utopico, eutanasia, sadomasochismo, ambientalismo, adorazione dell’eugenetica LGBT, rivolta anti-Logos ed anti-Nomos en travesti, coprofagia, celebrazione dei peggiori secreti del corpo umano, pedofilia, pp. 41, 43, 67, 71, portatore vessillifero della Dissoluzione: si dette il suicidio per dimostrare de facto a dove tendeva il suo Culto al Nero. Su questo tema è perfetta un’altra scolara ante litteram della Dissoluzione corrente, Lou Andreas-Salomé, la sodale di Nietzsche, che cita Freud a pagina 23 del suo Anal und Sex, Mimesis, Milano 2010, ove costui equipara, con ovvio compiacimento della Andreas-Salomé il comportamento volto all’eros anale ed al sadismo nella sfera animale con quelle pulsioni meno civilizzate possibili presenti nei popoli primitivi. Di nuovo il diktat ‘progresso è regresso’, la sempiterna manfrina dei cascami del marcio, rischiara di sinistri bagliori il target a cui tendono questi banditori del Disfacimento Totale. L’ideologia del Regresso all’Opera al Nero. Sempre a questo proposito il bordone diffuso in maniera roboante dal quanto mai nefasto pamphlet adorniano, parliamo del celeberrimo Minima Moralia, quanto poco studiato davvero, addirittura ‘battuto’ agli onori delle cronache dal guitto cinematografico di successo – Michelangelo Antonioni – in cui si accusa surrettiziamente il Progresso d’essere Regresso in realtà è solo una chiamata negromantica a far schiattare il Progresso e rovesciarlo nel suo contrario, il Regresso della Barbarie. Mentre si evoca lo spettro della Barbarie nella situazione coeva si da la stura all’ingresso della medesima a piene mani nella civis contemporanea: è la stessa terapia di chi cura l’alcolista col gin. Esemplificatrici le dichiarazioni di Jung a Serrano contenute nel suo Il cerchio ermetico, op. cit., a pagina 78: «[…] avendo fatto sì che la nostra personalità inconscia fosse soppressa, noi siamo esclusi da una comprensione o apprezzamento dell’educazione e civilizzazione dell’uomo primitivo. La nostra personalità inconscia tuttavia esiste ancora e occasionalmente esplode in modo incontrollato. In questo modo siamo in grado di ricadere nel più sciocco barbarismo e più abbiamo successo nella scienza e nella tecnologia, più diabolico è l’uso che facciamo delle nostre invenzioni e scoperte». Scoperta qui l’apologia più sfacciata del ‘regressismo’ invocato: “…siamo in grado di ricadere…”. ‘Siamo in grado’ sta a significare ‘noi vogliamo esser in grado’: un gergo dell’autenticità per Lor Signori ferventi credenti dell’Opus Alquimia. Di seguito a questo tema a pagina 117 le carte si scoprono chiaramente quando si dice che gli antichi dei sono presenti ed hanno bisogno solo di una certa condizione per essere riportati in piena forza e non per nulla si cita il sillogismo tra il dio arcaico Wotan ed la furia barbarica nazista: sono i sacrifici umani consustanziali alle pre-civiltà barbariche che si vogliono riportare in auge! Vedi difatti tutta la litania funebre che ha costellato in questo senso la magmatica opera del successore a tutti gli effetti di Jung, James Hillman. Molto fuor dai denti a pagina 118 si auspica l’equipollenza dell’uomo ad altri animali psichici onde esser posseduto e manovrato da ‘forze archetipiche’: Calasso contrariamente al pensiero comune non ha inventato nulla e riciancia un bolo già masticato da altri cattivi maestri, Jung in testa.

[2] Che Sanguinetti sapesse davvero cosa in realtà fosse un’oligarchia è fuori di dubbio. Lui stesso racconta (Gianfranco Sanguinetti, Il Doge, www.francosenia.blogspot.it, 1° agosto 2013) che nel 1971 si intratteneva in amichevoli colloqui col potentissimo banchiere che ha condizionato quasi mezzo secolo di vita economica e non solo … italiana, l’iconico Raffele Mattioli! Il padre di Sanguinetti, tale Bruno, protagonista della rinascita della propria industria alimentare Arrigoni nel dopoguerra fu un politico antifascista, attore di punta, contro Giovanni Gentile (già allora era in vigore ogni veto contro ogni sorta di conciliazione con le fazioni più moderate dei regimi invisi ai Dunmeh anglo-israeliani-sassoni, vedi Gentile ieri, come oggi il caso Gheddafi od Assad, lontani da ogni fondamentalismo integralista teocratico). Bruno Sanguinetti convolò a nozze con Teresa Mattei, anch’essa partecipe del Sonderkommando contro Gentile: ambedue addetti a smaltire i resti del fascismo. Non solo ci fu Sanguinetti a sostenere il situazionismo ma anche altri tycoon come i Ferrero, vedi L’amara vittoria…, op. cit. p. 361 e Paolo Marinotti, magnate dell’industria tessile, cfr. p. 110.

[3] Il nesso – strictu sensu – tra Oligarchie tout court del Potere meramente ‘Denarile’, materiale, di mera natura econometrica per così dire, caratterizzato da estrema concretezza appare sempre più chiaro ed incontrovertibile tanto più ci si addentra nello ‘studio’ della materia, basti vedere le ricerche a questo proposito, a solo titolo di primo esempio, condotte da Valentino Cecchetti sul coté sviluppatosi attorno ad Adriano Olivetti, figura ampiamente contrabbandata dalla sempiterna vulgata quale essere eminentemente ‘razionalista’ ed invero profondamente intriso di un penchant esoterico, occultista, irrazionale. Ibidem per la figura di Ernst Bernhard e le relative edizioni Astrolabio, (vedasi di nuovo le ricerche del Cecchetti come la tesi di laurea qui citata in bibliografia) commiste di oscurantismo esoterico di marca orientale. Del resto il volume reperibile solo in edizione digitale – Adelphi. Editoria dall’altra parte – a cura dei tipi di Oblique Studio, 2016, www.oblique.it, da conto di un amplissimo sostegno del capitalismo nostrano hardcore, i  Falck, i Pirelli, Carlo Caracciolo, gli Agnelli tramite l’IFI, Olivetti stesso, elargito a favore delle edizioni Adelphi che hanno messo a segno il putsch ai danni del sovietismo di stampo einaudiano a favore del vessillo del loro peculiare Irrazionalismo integralista.

[4] François Bochet commenta sagacamente nel suo articolo A proposito di qualche testo: Anselm Jappe, Jaime Semprun, Robert Kurz, Jean-Marc Mandosio, “Il Covile”, online, Anno XVI, N° 917, p. 5, che Vanegeim si profonde in una aperta apologia dell’attuale Impero globale Oligarchico Finanziario nel libro di Alain Mamou-Mani, Au-delà du profit: comment réconcilier Woodstock et Wall Street, Albin Michel, Parigi 2013 e come se non bastasse nel suo Modestes propositions aux grévistes, Verticales, Parigi 2004 tesse le lodi di questo odierno impietoso neocapitalismo. Gli opposti (apparenti) estremismi del ribellismo (tutto chiacchiere e col solo distintivo del Potere Puro) si incontrano nell’abbraccio mortale col Capitalismo più efferato coevo. Cfr. anche A proposito di qualche testo: Anselm Jappe, Jaime Semprun, Robert Kurz, Jean-Marc Mandosio, di Françoise Bochet, in www.sinistrainrete.info, 2 settembre 2016.

[5] C’è da registrare una piccatissima replica redatta da Gianfranco Sanguinetti nel 2013 ed apparsa in quel dì di Praga (presente sul web) titolata Denaro, sesso e potere: a proposito di una falsa biografia di Guy Debord. Nel solito, usuale, stantio metodo dei situazionisti Sanguinetti spara ad alzo zero contro Apostolidès cercando di sommergerlo con una sequela di insulti e calunnie: evidentemente la lingua batte dove il dente duole, segno che quest’ultimo ha fatto davvero ‘centro’ con la sua biografia.

[6] Curioso che Lebovici viene chiamato ‘Libermann’ – in genere i nomi composti tedeschi appartengono agli israeliti – da Felice Piemontese nel suo Dottore in niente, a pagina 21, per i tipi di Marsilio, Venezia, 2001, biografia romanzata su Debord. Anche Piemontese, il quale accampa una certa familiarità con lo scomparso Debord, accenna a pagina 93 alla devozione che Debord aveva per le sette tanto che pareva avesse adottato la massima de Il Vecchio della Montagna: “Niente è vero, tutto è permesso”, apoteosi del nihilismo più ‘puro’.

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