La camicia di Nesso

Come si fa a orientarsi in questo labirinto di specchi?

Giuseppe Zigania, Hostia. Trilogia della morte di Pier Paolo Pasolini, Marsilio, Padova 1995, p. 455

Il suo supremo trionfo, così come l’aspirazione suprema del Diavolo è quella di convincere tutti della propria inesistenza.

Roberto Calasso, La letteratura e gli dèi, Adelphi, Milano 2001, p. 144

                                                                               ***

La Panda 30, verde mela stinta, il cui muso era testardamente indirizzato verso Acqui Terme, una Wiesbaden delle langhe piemontesi, singhiozzò, stridente e non facemmo nemmeno in tempo a rendercene conto: eravamo in panne.   Il differenziale fatto fare a Sri Lanka era collassato. Frutto malefico già allora della globalizzazione ai suoi albori. Poteva capitar di peggio. Ci rassegnammo. Anche perché non tutto il male vien per nuocere, al solito e difatti trovammo facile e subitaneo rifugio in una locanda posta al confine di una stradina, tipica di quei paesini no man’s land, sorti a mala pena, quattro case in croce, abbarbicati a contorniare una lunga lingua di strada che li divideva in sostanza a metà.  Entrammo speranzosi di trovare un telefono a gettoni, naturalmente e, perché no? qualcosa da sgranare, da metter sotto ai denti, vista l’ora tarda. La stamberga pullulava di avventori; chi giocava a tressette; chi a carambola, imprecando di tanto in tanto; chi a calcio balilla; chi, naturalmente, oziando e basta. In un tavolino sbilenco ci disponemmo sotto una luce malinconica, fioca, ma adatta al posto come una sedia rattoppata in quadro di Sironi.

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Il genius loci non tardò ad apparire; ci squadrò di soppiatto e forse all’unisono noi tutti ci chiedemmo se non ci avesse già etichettato come foresti. Non fece invero alcun segno che non ci gradisse ma di primo acchito capimmo che ci riteneva lontani dalla petite band del posto. Foresti insomma in tutto e per tutto. Finalmente stavamo dando segni d’impazienza chiari e forti si avvicinò al nostro tavolo. Non mi capacitavo se fosse più burbero o più brusco od entrambe le cose. Ad ogni modo quello che contava era la comanda; ci avrebbe portato della roba, delle pietanze. Come non detto, la rumba cambiò quando l’oste s’accorse che avrebbe potuto servirci ben qualcosa di più del solito caffè striminzito che i suoi aficionados erano usi ordinare. Il Dolcetto di Gaia, grissini piemontesi d’alto lignaggio, robiola a josa. Tempo di scaraffare il Gaia, temendo che il raffazzonato tavolino claudicante facesse perdere il prezioso contenuto ed un avventore che se ne stava quasi vicino ad un angolo del consumato panno verdastro del biliardo d’epoca incominciò una sorta di litania, pur senza guardarci che faceva pressappoco così se la memoria non ci tira brutti scherzi: Gaia, gaio, gay, gaiezza, guai, gaio, gaia, gay, caì… L’omaccione – non che avesse nel suo aspetto un che di minaccioso, di pericoloso – giacché era corpulento, poteva con un po’ di sforzo d’immaginazione ricordare vagamente l’ottuagenario suonatore di tromba, anch’egli piemontese, Enrico Rava, se non altro per i suoi lunghi e folti capelli cinerei. Anche il viso emaciato lo ricordava. Un viso, un volto, che faceva trasparire una gran forza di curiosità, se così si può dire. Il vecchio in questione, mentre noi trangugiavamo un po’ avidamente i croccanti grissini e la donna presente nella compagnia tentava di alleviare un feroce mal di denti usando il prezioso dolcetto a mo’ di colluttorio, sorseggiandolo delicatamente da dei bellissimi ballon, continuava ad apostrofare imperterrito come fosse una sorta di muezzin dall’alto del suo minareto, quello che appariva un tizio ben più giovane, occhialuto e calvo come la palla che stava roteando in quel momento sul tappetto del consumato biliardo. Nel mentre adocchiava noi o per lo meno io ebbi questa impressione. Vede, gli diceva la controfigura di Rava, gli stava dando del lei: forse era un suo discente? Chissà…  la questione ultima alfine è se spogliata, sfrondata, dalla nube mistificatoria che la circonda in qualche modo semplice, adamantina, granitica, cristallina assai, quanto drammatica. Essa si pone, si mostra anzi, come la contrapposizione senza quartiere di due Weltanschauungen diametralmente, letteralmente e fattivamente, opposte ed opponentesi. Una è concernente il mondo dell’Agape, dell’Amore tout court, disinteressato, caritatevole, amichevole al massimo grado d’estensione. L’Altra attiene, di converso, in tutto e per tutto all’universo sotteso al concetto di Predazione, di Prevaricazione, di Dominio del Forte sul Debole, il Regno dell’Interesse Assoluto, quello di Mammona Sovrana, insomma il Trionfo dell’Egoismo più Totalitario. A questo proposito dobbiamo assolutamente prender nota che proprio qui, da noi intendo, in Italia, si sta attuando principalmente, ma non solo, da un punto di vista metastorico, consustanzialmente al rivoltante rivoltismo sessantottino su su sino ai lidi insanguinati degli Anni di Piombo, una concretizzazione di un baricentro culturale che è disarmonico, dissonante, rispetto al collocamento geopolitico della nostra cara Nazione italica la quale è vista ed è, purtroppo, mera pedina nello scacchiere internazionale, Colonia Penale assolutamente marginale quanto asservita al Potere Globale delle Oligarchie[1] TecnoFinanziarie quanto Iniziatiche.[2] Sappiamo che questo ruolo baricentrico fu perduto, trasmigrò dall’Italia della Potenza Oligarchica veneziana, nel momento della sua epifania storica, al Mondo di Sopra, quello delle Potenze nord-europee che ne presero gli stilemi e fissarono la sua prosecuzione ereditaria a plurimi livelli: culturale in senso lato, iniziatico in senso stretto, commerciale ed economico, insomma egemonico in tutto e per tutto, fino a concludersi nell’evento culmine di questo processo: il Secolo Americano. Ora, non tanto per una mera legge del contrappasso, ma per suggellare la Volontà di Potenza della Beffa, la nostra cara Patria viene riconosciuta ai giorni nostri quale culla, quale mallevatore, eccelsa della quintessenza del Nihilismo contemporaneo, verbo incarnato nella Gnosi Spuria[3] mondiale quanto mondialista. La sistematizzazione[4] di tutto il variegatissimo panorama culturale gnostico, di caratura iniziatica, cabalista, massonica, esoterica e via di seguito, condotta dal Mago Nero René Guénon la si deve appunto a quest’ultimo, sorta di San Tommaso à rebours, alla rovescia. Come Guénon sistemizzò il vasto rigurgito allora informe dell’Iniziazione così alla stessa stregua operò san Tommaso nell’ambito della religione cristiana dividendo il grano dal loglio nella dottrina di una Chiesa a quel tempo asistemica, infestata da spinte e tendenze spurie…

Ora nel qui ed ora che vede coincidere, sovrapporsi millimetricamente, come l’immagine collimata dal telemetro delle macchine fotografiche a mirino galileiano, una Patria nostrana[5] assurta a faro quasi indiscusso dell’Essenza del Nichilismo[6] nel preciso momento del livello più infimo di sudditanza geopolitica, si dipana nel mentre, snocciolandosi in una sequela infinita quale fosse i numeri di Fibonacci, una vera e propria alalia che risponde al nome di edizioni Adelphi. Questa è null’altro[7] che la pedissequa, trita e ritrita, riproposizione delle tematiche chiave guenoniane: un serpente infinito, dinoccolato, fra mille guise di forme letterarie, Bibliotheca Abscondita invero, Wunderkammer anche e soprattutto, ma con un massimo comun denominatore che è il Nientismo, la Nientificazione di tutto quanto tocca e scorge. Un’Idra pietrificante risorta.[8] Il riconoscimento unanime, unisonico quasi, decretato ad Da Est quanto ad Ovest, da Sud a Nord, in un’ovazione appunto che sorge da tutti i punti cardinali della Narrazione Culturale Planetaria, ai tipi italici dell’Adelphi, basti vedere il tributo che il deus ex-machina, Roberto Calasso, ebbe ed ha presso le sedi più importanti delle università di rango mondiale, ad incominciare con Oxford,[9] da un lato è il segno della Beffa che vuole l’Italia accettata e sovrana solo e quando collima con i profondi interessi intimi delle Elites Oligarchico-Iniziatiche Finanziarie Mondialiste[10] e dall’altro ne decreta ancor di più la sua elisione a livello mondiale in quanto sede, peccaminosa ai loro occhi, del Katéchon,[11] di Colui che trattiene l’Avvento del Principe delle Mosche, l’Uccisore Primordiale: Satana. Dal lasso di tempo, dalla distanza terrestre, che da qui ci divide da Piazza San Satiro e dintorni è possibile se non capire, sussurrare, gl’intendimenti più profondi dell’Oligarchie Iniziatiche,[12] si badi bene, di respiro internazionale. Su un piano bleso, ancorché prosaico, è lo stesso identico schema/presa in giro per cui in passato a rappresentare l’essenza dell’italietta, come vedevano e volevano la nostra Patria i foresti, fosse stato chiamato l’Avvocato di Panna Montata, Gianni Agnelli, da quegli stessi ambienti anglo-americani-israeliani, sei-punte-stellati: proprio perché costui era perfettamente consonante e ‘risonante’ a dovere rispetto ai loro voleri e desideri giacché non aveva e non ebbe nessuna cura di impedir l’affondamento dell’Italia.[13] Ci si potrebbe porre il quesito se oggi Calasso il quale rappresenta l’Editore di Panna Montata (acida) che tutti vogliono all’Estero non sia visto da costoro come una sorta di macchietta da aggiungere alle vere maschere della comédie humaine che tanto sollazza i foresti: Pulcinella, Arlecchino, l’Italia del Mandolino, Sole, Pizza & Amore, et cetera. Non è dato credere che sia così sebbene la perfidia di Lor Signori foresti non è mai da ignorare.[14] Lo scontro ultimo e temiamo ultimativo è dunque tra la visione cristiana ove la Creazione è, per dirla in termini scarni, è Buona e quella in cui la Vita è un continuo Assassinio Omicida; da una parte hai la Carità e dall’altra la Predazione.[15]

Ma torniamo alla locanda piemontese sperduta nelle langhe. Attoniti stavamo ad ascoltare lo strano individuo consci anche che lo stesso prestasse una qualche attenzione al nostro gruppetto, non si sa bene per quale ragione. Uscimmo infine all’aria aperta, straniti più dall’aver orecchiato quel bizzarro pronunciamiento piuttosto che dal torpore dato dall’abbondante libagione. Che si fosse trattato di un caso di in vino veritas? Del resto bacco soleva scorrere a fiumi in quel covo, in quella tana. Lo diciamo in quanto l’oste all’atto di saldare il conto ci fece capire che il tizio declamante, per così dire, proveniva da una famiglia con salde radici nella ristorazione e nella vinificazione di quelle zone benché questo non ci aiutasse per nulla a spiegare il come mai ed il perché di quella prosopopea così misteriosa. Chissà. Che fosse un segno di una immaginifica sorte la quale volle darci un ‘La’ atto a tentar di spiegar le cosiddette Potenze dell’Aria? Il mistero, se di mistero è appropriato parlare, s’infittiva ed a nulla valevano le dozzine e dozzine di spiegazioni che si andarono esplicitando nel gruppo, non solo la stessa serata ma anche e soprattutto nei giorni successivi. Passò diverso tempo e qualcuno del gruppo suggerì di dar una scorsa a quello smilzo primo libro di Calasso, L’impuro folle,[16] per riallacciarsi a quella strana serata trascorsa nella bettola; ma era più una boutade che un intendimento vero e proprio. La cosa cadde quindi nel vuoto. Ancor più tempo trascorse sino ad un invito a cena per uno del gruppo da parte di una sua vecchia conoscente, nell’entroterra di Punta Ala. Non conosceva tanti partecipanti alla festa e quindi fu costretto quasi ad appartarsi ed iniziò a gironzolare nell’ampio soggiorno che poi continuava in un bel patio che dava sulla collinetta sovrastante. S’imbatté in una libreria che gli era sempre piaciuta: una X di legno chiaro a più ripiani paralleli. Girovagando con l’occhio intravide una piccola serie di volumetti messi costa a costa, tutti firmati da Carlos Castaneda: ciò gli rammentò i trascorsi sessantottini della proprietaria di casa. In limine a quella ordinata serie c’era, quasi isolato, a sé stante, L’impuro folle.

Sandra chiese, puoi imprestarmelo per favore? Lo sai, con me sei sicura che avrai indietro il libro!

Sandra annuì con un che di complicità e soggiunse:

Lo troverai edificante.

Tornando a casa in macchina egli rimuginò con un misto di attesa e di curiosità cosa diavolo volesse intendere Sandra davvero. Passarono parecchi mesi da quella serata. Un giorno Sandra spazientita lo chiamò a sera tarda per sollecitare la restituzione, disattesa in pieno. Fu allora che si decise a prender di petto il libello ed iniziò a scartabellarlo ancor prima di decidersi di leggerlo davvero. Questo che segue è il riscontro di questa lettura e delle altre che seguirono a questa. La lettura fu a dir poco impervia. Fu più volte sul punto di interromperla definitivamente; poi non si sa bene nemmeno perché la cosa prese una piega ben diversa e fu come ‘catturato’ da un morso, da una tarantola, da un rictus, da un ghigno mentale, che lo spinse quasi forsennatamente a voler legger tutta l’opera in corso di Calasso. Era forse caduto in una rete? A sua insaputa? Quell’agile libello, dal color sangue, gli trasmise una sorta di spiritualia nequitiae in coelistibus,[17] vale a dire una sorta di inquietitudine. Temette d’esser preda di una sorta di esorcismo alla rovescia. Fece dunque per scrollarsi di dosso quell’aura negativa in cui «ogni suono era di complotto».[18] Bizzarro si disse tra sé e sé: Calasso era l’unico che s’azzardasse a citar apertamente[19] la nozione di complotto senza che nessuno e niente lo criticasse o lo smentisse come quasi sempre accade in questi casi, segno certo che agisse come fosse uno degli Untouchables del film di Leone. Dopo averlo leggiucchiato una primissima volta si mise di buzzo buono e lo rilesse da cima a fondo; gli parve un’opera assai simile a quegli oggetti di un’inutilità estrema, un puro esercizio di retorica insomma, quali ad esempio eclatante il Juicy, lo spremiagrumi di Stark che nella sua inezia lasciava cadere sul bicchiere sottostante i semi dei frutti quanto la polpa anche a chi non li desiderasse per nulla. Oppure gli ricordava sempre quegli oggetti snobistici come il tavolo di cristallo colle ruote girevoli da transpallet della Aulenti che se non stavi più che attento ti si conficcava nelle caviglie coi suoi vetrosi, aguzzi, angoli. Aveva ragione a pensar questo? Il prosieguo della lettura avrebbe aiutato certo a scioglier l’enigma. Certamente non si poteva negar la capacità dell’autore in questione ad anticipar in guisa esoterica quello che sarebbe diventato in forma exoterica un leit motiv preponderante nei decenni a venire e cioè quello del transessualismo. Infatti L’impuro folle, ruota tutt’attorno alla figura di un altoborghese mitteleuropeo che anela ad assumere le sembianze in toto di una femmina, sorta di Luxuria molto meno prosaica di quella coeva. Alla stessa stregua riconosceva nel testo quel preponderante, dirompente, emergere, come un fiume carsico che sbocca all’improvviso in superficie, della femminilizzazione dell’intera compagine sociale, compendiata icasticamente in una delle pagine di apertura con questi versi:

«tutto ciò che è femminile infatti esercita, un’attrazione sui nervi di Dio».[20]

Nella sua secchezza, rispetto ai testi che poi si susseguiranno a firma del cacomago, l’Abbé di San Satiro,[21] L’impuro… a dispetto di ciò, non tarda a gettar il jolly sul tavolo verde del poker, la mano mortale tanto attesa. Bisognava solo attender poche pagine del resto, solo dunque sino alla pagina ventinove, per capire l’antifona. Un’antifona che avrebbe per altro costituito non solo la spina dorsale dei suoi testi a venire ma addirittura la vera opera in corso di tutta la compagine adelphiana: l’assassinio tout court. Leggiamo dunque:

«Un’oscura categoria, un lacerto di carne arcaica si trova al centro di tutta la vicenda di Schreber: l’assassinio dell’anima. Nella sua pura tecnicità tale assassinio è un ʺimpadronirsiʺ in qualche modo dell’anima di un’altra persona onde procurarsi a spese dell’anima relativa o una vita più lunga o qualsiasi altro vantaggio al di là della morte»:[22]

Certo, obietteranno i più: qui si sta parlando, alla lettera, di un omicidio dell’anima e non di quello perpretato ai danni di un individuo. Vero ma vero sino ad un certo punto innanzitutto perché l’aperto vampirismo, leggi: parassitismo vero e proprio, che informa la dichiarazione di cui sopra è volta a sopprimere in definitiva un individuo in quanto la Volontà di Potenza del primo non ha limiti, non possiede remore di sorta e si giungerà quindi al totale annientamento, al totale annichilimento del secondo. Ultimo ma non da meno il fatto che di lì a poche pagine l’autore non ha tema di vergare queste parole:

«Uccidere significa soltanto uno spostamento di energie»[23]:

Si poteva esser più chiari e cristallini di così? La camicia di Nesso era infine calata sulla scena. Mancava però un elemento finale quanto importante: il sipario del Nichilismo, la spada di Damocle con cui i Negativisti volevano mozzar la testa a tutto il Logos prodotto sin dai suoi albori in Occidente. Quel tassello lo rintracciamo qui:

«Tutte le supposizioni di omosessualità latente […] appaiono fatue di fronte alla maestà del conflitto che si manifesta in tale scena»[24]

La scena in questione non è altro ciò che è racchiuso dal Sipario che ha teso avvolgere l’Occidente tutto nella sua cortina mortifera: il Nihilismo di cui dicevamo appunto, la Nientificazione in carne ed ossa. Il quadro ora – di già dovremmo notare – è sintetico ma completo nella sua drammaticità: si parte, si origina, da null’altro che da un vampirismo, dalla Predazione esercitata da un individuo sul suo prossimo, sino al momento apicale dell’elisione di quest’ultimo il che palesa il quadro totale della questione: la Nientificazione totale, l’Apocalisse della Rivoluzione anti-umana, il Nihilismo eletto a suicidio. Il tutto condito con la rivalutazione, il vero e proprio disseppellimento, delle malattie dello Spirito, prima ancora che queste si manifestino nella Carne, malattie che tutto l’Occidente sano ha tentato di respingere e tener a bada nel corso della sua Storia, concernenti i riti tribali, barbarici, belluini, sorti ai primordi della Narrazione umana. Questo condimento, questo sozzo brodo di coltura, doveva e deve servire oggi più che mai, lo sprofondamento dell’individuo nella Scena: nella Barbarie coeva che non ha neanche più la cipria imbellettante del Volto Umano ma che, di converso, ha già assunto ampi tratti Disumani e sempre più ne assumerà se nessun Katéchon verrà a manifestarsi. A conferma di quanto dicevamo poc’anzi bastava spingersi sino a pagina settantotto per trovar conferma che il Sipario alzato su quella Macchina di Morte che prende il nome di Nihilismo non poteva non far il paio colla riesumazione di quella che forse è stata la più atroce ritualità mai registrata ai primordi della Narrazione della specie umana: il Regno delle Aquile e dei Giaguari di triste, tremenda, nauseabonda, azteca memoria. Ecco la ‘ghiotta’ citazione a ciò, che il Nostro, l’Abbé, il poligrafo,[25] impiega per insufflare tale necromanzia:

«non c’erano soltanto […] la bisessualità […]. C’erano anche vere cerimonie. Come i sacerdoti di Xipe Totec, ma con l’inibizione occidentale che non ci permetteva di eccedere nello squarciare vittime, operavamo su noi stessi. Questa volta ero io la donna»[26]

S’è capito dove stava il collo di bottiglia per il Calasso-pensiero? Nell’inibizione![27] In questo lemma che ha permesso all’Occidente tutto di aver sempre presente il concetto del limite onde fermarsi almeno ben prima dell’hybris si trova la chiave di volta di tutto il capovolgimento del Logos una volta che fu consegnato nelle mani sapienti del Presidente delle Passioni della Mente, tale Freud: colui che attuò il putsch più tremendo nella storiografia del pensiero d’Occidente ovverossia la sostituzione dell’Ego con l’Es:[28] dove fu il Nomos, la Grundnorm, regnerà il Pneuma. La delocazione ad altrove dell’Io a favore dell’Inconscio. Ove regna quest’ultimo l’Inibizione ha le ore contate. Vedremo di che cosa si tratta nelle prossime pagine.

[1] Dopo gli immani diluvi propinati per di più di ben mezzo secolo, a partire dallo spartiacque geopolitico della fine del Secondo conflitto mondiale, per mano dei ciarlatani corifei della soi disant Democrazia si può capire con estrema comodità come una stuola certamente folta di persone possano dubitare dell’attuale valenza nel nostro impiego del lemma élite. Se è governance del Popolo, appunto Democrazia, costoro dubitano che ci sia spazio e locus per qualsivoglia élite. Eppure è vero l’esatto contrario e lo statuisce non una fanzine della dietrologia ma bensì il quotidiano della Confindustria asserendo che ben la metà delle ricchezze dell’intero pianeta è in mano a soli 22 milioni di individui, con buona pace di ogni governo democratico. Cfr. Nelle mani di 22 milioni di paperoni il 50% della ricchezza finanziaria mondiale, di Lucilla Incorvati, “Il Sole 24 ore” online, 20 giugno 2019.

[2] Da parte nostra è facilmente capibile lo stupore, che confina con lo scetticismo più aperto, da parte di chi legge queste righe ‘preformato’ da una concezione del mondo moderno che gli assicura che ogni concetto di iniziazione, il quale sa, ‘odora’ per così dire, per costui come un retaggio di stampo religioso antiquato, desueto, perduto nella notte dei tempi, dati gli orizzonti secolaristici in cui è calato. Costui sarebbe meno immensamente sorpreso e sconcertato se avesse contezza che a livello di Grande Criminalità Organizzata la ritualità iniziatica è, di converso, d’obbligo assoluto, volta a creare un’identità, ‘processo’ tale e quale quello promosso da codeste Elite di cui andiamo parlando. Vedi a puro titolo di esempio tanto le Triadi cinesi che la nostrana ‘ndrangheta. Cfr. il magistrale studio di Barend J.ter Harr, edito da Brill, Leida 1988, The Ritual and Mythology of the Chinese Triads: Creating an Identity, quanto Riti criminali. I codici di affiliazione alla ‘ndrangheta, Rubbettino, Catanzaro 2015.

[3] «Idea gnostica, che risale al patrimonio originale della gnosi giudaica: l’idea del dio malvagio, la cui opera è la seduzione e la frode, che conduce gli uomini alla necessità del male» in ʺRenovatioʺ, ottobre 1996, firmato da Gianni Baget Bozzo nel suo articolo Gnosis, riportato anche in Ritratto di una cultura di morte. I pensatori neognostici, di Piero Vassallo, M. D’Auria editore, Napoli 1994, p. 17.

[4] Si veda a questo proposito la sintesi messa in campo dal Guénon onde pervenire a sussumere tanto l’ala massonica cosiddetta ‘progressive’, vedi la Rivoluzione francese a lampante esempio, quanto quella ‘conservative’, vedi certi tycoon ante litteram americani dediti alla pratica dello schiavismo.

[5] In modo del tutto appropriato fa notare Piero Vassallo che «fra le nazioni del’Occidente, l’Italia, infatti è quella che possiede, in grado eminente, una tradizione atta ad anticipare il cammino della storia ʺoltre il nichilismoʺ. […] Restaurare la cultura italiana significa entrare nel Terzo millennio avendo separato le ragioni del progresso dalle aberrazioni che hanno segnato la storia dei ʺsuperatoriʺ di Cristo, storia di rivoluzioni fallite e di stragi inutili. La vita dell’umile Italia può nuovamente diventare la guida dell’Occidente. Di fatto la sua tradizione storica è il segno della storia ideale e il modello per il futuro. L’Italia è all’avanguardia del progresso perché nella sua vita spirituale sempre si rinnova il superamento dei superatori di Cristo», in L’ideologia del regresso, a firma di Piero Vassallo, M. D’Auria editore, Napoli 1996, p. 144.

[6] È in qualche modo noto sebbene fu detto off the record l’inaudito omaggio di un alto papavero delle onuste edizioni Gallimard il quale pur ribadendo il primato internazionale della cultura francese nel mondo ebbe a dichiarare che non esisteva nessun paragone possibile con quanto svolto dall’Oeuvre au Noir a firma delle milanesi edizioni Adelphi, intendendo dire che l’Assoluto, la Letteratura Assoluta di cui non a caso concionano i nazi-adelphiani, sta in quella sede.

[7] Detto ciò in estrema sintesi ma ne daremo conto largo e vasto nel prosieguo.

[8] È lo stesso Calasso che sorregge questa tesi da noi esposta or ora: in un passo de I quarantanove gradini, Adelphi, Milano 1991, p. 317, difatti egli scrive a chiare lettere: «il fiore del moderno: il grande nichilismo da cui è stato guidato fin dalle origini il pensiero occidentale verso una gloriosa autodistruzione qui celebra il suo crepuscolo». Lo spirito mortuario, autodistruttivo, in guisa da beccamorto flané ci pare evidente senza bisogna di ulteriore spiegazione.

[9] Il lettore sarà così magnanimo da perdonandoci la citazione del nostro Sessantotto che riportiamo, in campo a proposito del ruolo pivotante giocato dalle accolite accademico-universitarie nel mondo fattivo della vita comune, corrente, di tutti i giorni insomma. In quel testo forse la scoperta che ci destò più sorpresa fu proprio la saldatura per comuni intenti tra mondo della cultura accademica ed i loschi interessi dei Servizi, intrecciati con quelli ancor più loschi della malavita organizzata, il tutto condito da un trait d’union con le Elite Iniziatiche. Ricordiamo per l’appunto a questo proposito che i due testi, Lettere dall’esilio. Carteggio 1933-1978, a firma Leo Strauss e Gerschom Scholem, Giuntina, Firenze 2008, nonché Oltre Itaca. La filosofia come emigrazione (1932-1971), Leo Strauss e Karl Löwith, Carocci, Roma 2012 sono letteralmente impregnati di testimonianze a riguardo della trasmigrazione di notevoli figure di intellettuali, in maggioranza israeliti, inispecie in fuga dalla Germania del periodo nazista verso sedi di celebri università tanto anglosassoni quanto israeliane. Chi abbia ed in quale specifico modo profuso ingenti capitali nel far sì che questo accadesse rimane non del tutto misterioso ma vago. Le finalità di voler irreggimentare questa schiera di Venerabili Maestri, portatori del più severo nichilismo fatto Fede, è chiarissima: quella di voler sconvolgere, facendolo a pezzi, quanto rimaneva in piedi dell’edificio del Logos occidentale. Allan Bloom, Irving Kristol, Samuel Huntington, Francis Fukuyama… via Alexandre Kojève, George Bataille, Pierre Klossowski, Michel Foucault, Jean Baudrillard, per arrivare poi a Negri ed Hardt, ecc. ecc. Guido Giacomo Preparata ha mostrato con dovizia di particolari la strada segnata dalla marionetta omosessuale Foucault attraverso il sentiero tracciato profondamente da Bataille l’enorme influenza che esercitò il calvo, spettrale, segaligno philosophe d’oltralpe, presso l’haute culture statunitense decretandone le linee fondamentalistiche dei teocon, neocon acerrimi guerrafondai, portatori dello Scontro di Civiltà. Cfr. il seminale testo di Giacomo Guido Preparata, The Ideology of Tyranny. The Use of Neo-Gnostic Myth in American Politics, Palgrave Macmillan, New York 2011.

[10] Che l’Adelphi si situi e sia stata concepita nell’alveo centrale, nodale, dei Poteri Forti è incontrovertibile e tale narrazione non appartiene a nessun ambito dietrologico di sorta: la ritroviamo detta papale papale da due esimie Vite spese per il Potere, quali quella dello scomparso Turani e dell’epimeteo Scalfari. Sentiamola dalle loro labbra: «Nell’estate del 1973 […] nell’ambito d’una decisione dell’Ifi di sviluppare le proprie partecipazioni nel settore editoriale […] era stato effettuato un merger tra l’Ifi e l’azienda di Caracciolo […] dal merger era nata l’Editoriale Finanziaria [la quale] aveva il controllo […] dell’Adelphi», Giuseppe Turani e Eugenio Scalfari, Razza padrona. Storia della borghesia di Stato e del capitalismo italiano 1962-1974, Baldini & Castoldi, Milano 1988, pp. 444, 445.

[11] Del Katéchon ne dà un’immagine mirabile l’insuperato, anche dal suo stesso autore  ̶ Maurizio Blondet  ̶ il saggio Gli ‘Adelphi’ della dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico, Edizioni Ares, Milano 1999, inispescie nei primi due capitoli iniziali, a cui volentieri rimandiamo.

[12] Al lettore che nutrisse qualche dubbio, qualche perplessità sul nostro connaturare le élites coll’aggettivo iniziatico, consiglieremmo vivamente la lettura diligente di un articolo che non apparve certo su un giornale locale qualsiasi ma bensì sull’autorevole “The New Yorker” online a firma di Eren Orbey, in data 25 settembre 2018 intitolato The Long Decline of DKE, Brett Kavanaugh’s Fraternity at Yale. Questo pezzo attesta che ben cinque presidenti degli Stati Uniti sono appartenuti a fraternità iniziatiche presenti da sempre in seno alla prestigiosa Università di Yale. Quindi se si viene svezzati a suon di fraternità iniziatica sarà poi assai improbabile che nel resto della propria maturità si rinneghi o ci si allontani da quell’ambito. Anche e perché, come sottolinea l’estensore del pezzo, ciò assicura un potere reale non certo indifferente!

[13] È lo stesso identico meccanismo che suscitò un’inaudita accoglienza al film Ottoemezzo di Federico Fellini ed in tempi più recenti a La grande bellezza di Paolo Sorrentino. In ambedue i casi questi autori hanno dipinto una Roma, a chiaro simbolo italico, immersa e contagiata da una decadence smisurata, immane, con accenni chiari di derisione verso il cattolicesimo papale. É questa ‘immagine’ che piace e sollazza le ‘Volontà di Volontà’ anglo-americane-israeliane. Un Dies Irae contro l’Italia tutta ed in particolare con quello che rimase ed è rimasto dello Stato oltretevere, giallo-bianco vestito. In un’altra guisa, si potrebbe dire che l’immagine ben assunta, ben accolta, ben desiderata, è quella di un Italia spacciata secondo i crismi ed i voleri che furono incarnati per decenni dall’operato di Mediobanca che fingendo di servir il capitalismo nazionale ne decretò la sua svendita a prezzi stracciati ai foresti di turno. Non sarà un caso che l’esplosione di Tangentopoli colla sua epifania nella stagione delle privatizzazioni vide il lento eclissarsi dell’immane potere di Mediobanca, segno che la sua mission era conclusa. Mission accomplished dunque!

[14] Non è neanche da scartare, di converso, l’ipotesi che il numinoso Calasso sia ‘visto’ all’estero come una sorta di ‘reincarnazione’ culturale dei fasti incarnati dai Principi Rinascimentali e quindi accolto nelle attuali corti cosmopolite globaliste in questa guisa. Potrebbe essere plausibile considerato l’handicap che vige neanche tanto sommessamente nei Nouveaux Riches statunitensi, anche considerato i Bramini del New England, i delinquenti Robber Barons, che ovviamente, mai e poi mai poterono e possono vantar un patrimonio culturale vasto e profondo come quello italico. Nella Terra di Albione la tal cosa potrebbe esser meno sentita, per ovvie ragioni, ma nondimeno avvertita e subita in qualche grado.

[15] Tant’è vero che nella crassa, diffusa, ignoranza massificata, delle masse il periodo medioevale viene considerato proprio quale sinonimo di periodo oscuro, buio, giacché, per l’appunto, come ci dice niente di meno che Georges Duby, «il desiderio si proiettava verso l’alto, verso la spiritualità, verso Dio [ed era] chiamato caritas, quando [esso] si volgeva verso il basso, verso le cose terrene, era chiamato cupiditas», in I peccati delle donne nel Medioevo, Laterza, Bari 1997, p. 102.

[16] Adelphi, Milano 1974.

[17] L’impuro…, op. cit., p. 13.

[18] Ibidem.

[19] Citazione ennesima la troviamo pure a pagina 43 de La rovina…, op. cit.: «Quale cristallina ebbrezza, essere colui che muove colui che è supposto muovere il complotto della Rivoluzione!». Passo molto importante in quanto delucida in maniera esemplare la Potenza effettiva di coloro che ‘spostano’ cose e persone senza che quest’ultime ne siano coscienti: si poteva dar chiosa migliore alle Potenze dell’Aria? La tematica del complotto è ribadita da Calasso a josa, come a pagina 135 de La rovina… in cui scrive: «Rimane soltanto nella perenne ombra del complotto e rimergerà dalle biblioteche, con i grandi etnografi universitari» senza che nessuno della pletora latrante degli scribi che ululano contro ogni soi disant complottista abbia giammai notato la sottoscrizione calassiana alla perentorietà del complotto! Ovviamente ciò vale anche per un altro accolito di profonde, profondissime, laudi alla Dissoluzione del Regresso e cioè Furio Jesi, personaggio portato in trionfo da ogni blog dei Centri Sociali che si rispetti: nella citata rivista “Scienza & Politica” lo Jesi definisce la propria appartenenza all’eredità ebraica una questione di sangue, così, proprio con questo termine. Ebbene se lo Jesi non fosse stato schermato dalla rete culturale, dal fronte ideografico del Ritorno alla Barbarie, sarebbe stato inequivocabilmente additato come un ‘fascista’, come un ‘reazionario’, come un ‘borghese’, et cetera. Ad alcuni è permesso e sancito di poter dir certe cose, ad altri è vietato profondamente. La legge subdola dei due pesi, due misure all’opera come sempre.

[20] Ivi, p. 15: è sin troppo evidente la voluta irrisione nell’invocare l’immanenza della femminilizzazione gettata a contrapposizione della figura e dell’idea di Dio tutto. Inutile dire che l’intero processo di femminilizzazione ha al suo centro il motore dato dal femminismo come nacque nel vampirismo sessantottesco e da allora sin ai giorni nostri.

[21] Dobbiamo questa celia, quella di soprannominare Roberto Calasso, col titolo di Abbé, vedi a pagina 27, ad un bizzarro pamphlet a firma di Jean-Jacques Langendorf dal titolo La contessa Graziani per i tipi dell’editore Guida, Napoli 1992 nel quale, sorprendentemente, giacché Calasso e la sua opera non ha tutt’ora un vero e proprio contraddittorio, si sbeffeggiava appunto l’onusto Abate di San Satiro. Per la precisione gli unici quanto isolati, quanto silenziati contraddittori a questa Cultura della Regressione vennero dalla rivista genovese del cardinale Siri in primis per poi proseguire con diverse meritorie opere di Piero Vassallo per raggiungere il culmine con il già citato Adelphi della… In verità dobbiamo annoverare una reazione al cattoadelphismo provenire anche dall’altra sponda e cioè da quella marxiana che tentò di ribellarsi all’instaurazione di questa egemonia arcaico-pauperista delle edizioni del Satrapo. Uno su tutti, Cesare Cases che si fece bastiancontrario invero con scarsa audience e successo, segno che il Vento degli Olimpici stava spirando forte sino a far naufragare quella che era diventata la ora piccola feluca dei vetero-marxisti. A parte la celia di poc’anzi, nel suddetto La contessa… è interessante notare che l’autore punta più volte il dito sulla connessione tra Calasso ed i concetti di prostituzione, stupro, morte, lussuria, depopolazionismo, vedi seconda di copertina e pp. 31, 34. Non solo, a pagina 123 dello stesso vetroleggiante libercolo si ripercuote l’antica immagine che vuole, nel trambusto micidiale della Rivoluzione francese, una popolana, una donna egera, estirpare il cuore per esibirlo alla folla ringhiante: ciò non può non ricordare l’accenno calassiano ai mondi inferi delle (pseudo)civiltà amerinde ove tale pratica era un culto vero e proprio. Non per niente Calasso riporta ne La rovina di Kasch, Adelphi, Milano 1983, a pagina 144, questo che par esser un tema che gli sta, è proprio il caso di dire, a cuore: «Perché ‘ogni setta … ha bisogno della folla e soprattutto delle donne’. […] Nelle vergini folli […] la lunga schiera di tricoteuses avide di ghigliottina, vide le pallide nichiliste con valigette esplosive, vide le dannate della terra che avrebbero incarnato l’eros della distruzione».

[22] L’impuro…, op. cit., p. 29.

[23] Ivi, p. 33.

[24] Ivi, p. 47.

[25] Poligrafo che usa «formule ʺmagico-linguisticheʺ […] strutturate su una poca consequenziale ʺlogicaʺ della variazione, con l’impiego di ʺsempre mutevoli formulazioni per esprimere la stessa cosaʺ, sicché ʺinvece di dimostrazioni mediante indicazioni e riprove […] offre ormai soltanto dei cenni in forma d’enigma. […] oltre che magiche quelle formule non evitano di essere […] logicamente contraddittorie […] sono davvero una cosa e il suo contrario: ossimori del tutto ingiustificati», in Corpo e rivoluzione. Sulla filosofia di Luciano Parinetto, a cura di Manuele Bellini, Mimesis, Milano 2012, p. 126 a proposito della logomachia di Heidegger che però, senza sorpresa alcuna, ben si attaglia a quella calassiana.

[26] L’impuro…, op. cit., p. 78.

[27] Cosa differisce simbolicamente, allegoricamente questo passo da queste seguenti parole con cui Totò Riina ordina l’esecuzione a freddo di alcuni infanti? La risposta è: nulla. Eccole riportate a pagina 188 nel libro Milano Ordina. Uccidete Borsellino. L’estate che cambiò la nostra vita, Longanesi, Milano 2010: «Sono malacarne, un giorno cresceranno e vorranno ucciderci per vendicarsi. Forse che a Sarajevo non li ammazzano?». Due nichilismi apparentemente agli antipodi tra di loro condividono la stessa identica koiné.

[28] «Dov’era l’Es sarà l’Ego, scrisse Freud», Giorgio Cesarano e Gianni Collu, Apocalisse e rivoluzione, Dedalo libri, Bari 1973, p. 116.

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